L’amore da toilette

Perché l’amore di una notte è sempre quello più cercato, quello fugace che non dia impegno, quello che il giorno dopo si dimentica? E’ il fenomeno più diffuso di sempre, il sesso libero, quello che non da pensieri, che si trova sul fondo di una bottiglia, in tarda notte in discoteca, dopo qualche drink o dopo qualche pillola. Non ci vuole uno specialista per capire che è una pratica che affascina molta più gente di quanto non lo faccia l’amore “ tradizionale “. Ma cosa manca alle coppie di oggi? Qual è l’ingrediente segreto che è stato perduto? Cosa prova chi vive il sesso da bagno pubblico e chi invece è sempre alla ricerca del momento indimenticabile dove mente e cuore di fondono con quelli del partner? Un nostro amico ci racconta la sua storia, senza rivelare il proprio nome.

“ Ma perché dovrei impegnarmi in una relazione seria quando l’unica cosa che voglio è solo del buon sesso senza troppa fatica? Perché mai dovrei perdere ore preziose della mia vita ad andare a cena con la mia ragazza, parlare, pagare il conto magari quando posso mandare un messaggio su wattsapp alle 4 del mattino alla prima che ha già raggiunto il fondo? Basta un “ che fai “ al momento giusto, una macchina con cui andarla a prendere, un giro al porto e il gioco è fatto. Non devo nemmeno disturbarmi a salutarla il giorno dopo se la rivedo. E non devo perdere tempo e spendere soldi. Perché dovrei dedicarmi ad una che un giorno sbatterà la porta e andrà a darla al primo che farà la stessa cosa che ho fatto io per tanto tempo? La maggior parte di loro erano tutte fidanzate un tempo, avevano la loro storia seria e la loro parvenza di brave ragazze che ora danno il c. se si sono fatte la giusta dose. Poi piangono. E a me non me ne frega assolutamente nulla. Probabilmente non è sano, ma almeno non credo nelle favole e sono consapevole di ciò che faccio. Non perdo tempo, vado al dunque e ho la coscienza pulita, quelli come me non restano mai senza f**a “.

Ascoltiamo adesso invece una ragazza fidanzata da 8 anni con il primo e unico ragazzo della sua vita dopo aver letto la precedente intervista.

“ Non ho intenzione di giudicare, ne criticare o biasimare questo ragazzo. Mi limiterò semplicemente a raccontare la mia esperienza. Avevo 16 anni quando entrai per la prima volta in una discoteca di sera, mi spacciai per 18enne, li dimostravo tutti. Bevvi un drink poco alcolico e mi proposero subito di prendere quella strana pillolina che già le mie amiche avevano ingurgitato. Sinceramente non avevo idea di cosa si trattasse, mi avevano solo detto che fosse qualcosa che rendesse subito felici. Dissi che avrei aspettato qualche minuto prima di prenderla, andava tutto bene fino a quel momento, la serata era appena iniziata, potevo aspettare si facesse più tardi prima di prendere l’additivo per essere felici. Guardai le mie amiche che iniziavano a ballare, seguendo la musica come se fossero in balia di qualcosa di troppo forte per resistervi. Era passata circa mezzora io ancora bevevo il mio drink che orami era diventato acqua, non avevo voglia di ballare. Si avvicinò un gruppo di ragazzi, molto più grandi di loro, iniziarono a ballare in mezzo a loro, a infilare le loro mani sotto le loro gonne. Notavo come due di loro toccavano la stessa ragazza, la mia compagna di banco, con cosi tanta disinvoltura, finché le mani si insinuavano fin sotto gli slip. Nessuno si accorgeva di niente, ognuno era nel suo mondo fatto di fumo, alcol e chimica. Non gradii molto lo spettacolo, pensavo a lui che non era con me quella sera. Il suo nome è D. ha 20 anni, lavora in un negozio di abbigliamento e studia. Passò quasi un ora con me il primo giorno che lo conobbi, tra gli scaffali ad aiutarmi a trovare il giusto paio di scarpe per me, come le volevo io e che non costassero troppo. Si interruppe 3 o 4 volte per dare una mano ad altri clienti, buttandomi sempre un occhio, indicandomi di volta in volta in punto dove dovevo guardare, qualora non mi fossi accontentata della precedente scelta, finché tornava da me per guidarmi verso gli altri reparti. Cercare delle scarpe a Milano è come cercare la conchiglia perfetta nell’oceano. Ma lui aveva pazienza. Mi dedicò il tempo che aveva con passione e dedizione. Era dolce in ogni sguardo che mi donava. Iniziammo a vederci dopo la scuola, prima che lui andasse a lavoro, passeggiavamo e parlavamo, ci sedevamo e a volte non parlavamo nemmeno. Non mi toccava, non mi sfiorava nemmeno, stava li. Con me. Passarono mesi prima che mi prendesse la mano per la prima volta. Quella prima volta che un calore immenso mi pervase dalla testa ai piedi seguito da un

batticuore che poco più sarebbe stato un infarto. E fu lì che compresi, che quella stretta di mano, così candida e cosi potente allo stesso tempo, era inifinitamente più forte di quello che quelle mie amiche stavano provando in quel momento, del loro alcol e della loro droga. Uscii dal club e chiamai mio padre. Tornai a casa e piansi. Non tolleravo l’idea che le mie amiche potessero frequentare un posto del genere. Non avevo bisogno di questo. Mandai la buonanotte a D. che sapeva dove fossi, e mi incoraggiò ad andare e a divertirmi, sapeva tutto di me, pur conoscendomi da cosi poco. Ora io e D. stiamo assieme da 8 anni. Mi prende la mano come quella prima volta, aspettiamo un figlio, e ogni singolo gesto ha un suo significato. Niente è trascurato, niente lasciato al caso. Non ci si abbandona mai. Non si dovrebbe mai abbandonare se stessi. “

Ammetto di trovarmi spiazzato di fronte a simili racconti, voi cosa ne pensate?

Dottor X

, PSDM, Psicologia